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DISLESSIA ED EVIDENZE NEUROSCIENTIFICHE, di Mauro Spezzi

QUESTA

Anche quest’anno alla Summer School, organizzata dal Centro Studi Itard a Monte San Vito (An), è intervenuta Angela Fawcett, Emeritus Professor, Swansea University UK, autrice della Teoria Cerebellare riguardante lo studio delle cause che provocano la dislessia e dei trattamenti efficaci per arginare le difficoltà degli alunni affetti da simile problematica. La domanda generale su cui riflettere è stata: “La dislessia riguarda un problema di lettura o del comportamento funzionale generale?” Siamo abituati a valutare la dislessia in termini di velocità nell’assegnazione segno – suono, secondo un approccio fonologico che le neuroscienze hanno evidenziato come “riduttivo”. Fenomeni complessi richiedono analisi complesse, è quanto da sempre affermato da Piero Crispiani, pedagogista clinico (UNIMC) e Direttore Scientifico del Centro Internazionale Dislessia e Disprassia. L’approfondimento di Angela Fawcett parte proprio dall’invito a considerare anche i sintomi secondari del comportamento dislessico. Analizzando i risultati ottenuti dalle neuroscienze, soprattutto grazie alle neuroimmagini, la prof.ssa inglese si  sofferma sul concetto di apprendimento procedurale, non solo legato alle abilità motorie ma alla maggior parte delle nostre abitudini linguistiche. Non esistono quindi differenze tra l’apprendimento motorio e quello cognitivo, ciò vuol dire che uno influenza l’altro. Già questo basta per capire che solo con prove di lettura non si può definire il livello funzionale dell’alunno, ma è necessario rivolgersi ai sintomi secondari, come già detto, vera manifestazione del suo funzionamento. Da una valutazione allargata del comportamento dislessico si nota immediatamente un’assenza di incipit iniziale (avvio lento) e diffuse difficoltà nell’automatizzare le procedure. Questo è un fatto molto importante perché dimostra che un bambino dislessico, non attenzionato in età prescolare, arriva nella scuola primaria senza i necessari requisiti per apprendere la letto – scrittura, cioè con competenze (sub – skills) non completamente sviluppate. Avanzando nel suo intervento Angela Fawcett evidenzia un dato molto importante e singolare: l’apprendimento procedurale si consolida di notte e questo non avviene nel dislessico. Quindi nonostante la centralità dell’ipotesi di deficit fonologico, a livello cognitivo il problema che emerge dalle attuali ricerche sembra molto più articolato: molte regioni del cervello sono coinvolte nell’acquisizione e nell’esecuzione delle abilità cognitive e motorie. La Fawcett si sposta poi sull’oggetto principale della sua Teoria, il Cervelletto, organo non più ritenuto responsabile solo delle competenze motorie ma di “tutte le competenze” e quindi direttamente coinvolto nella fluidità linguistica. È il cervelletto la causa delle difficoltà di apprendimento procedurale! Infatti questo organo è collegato a quasi tutte le regioni del cervello, con più della metà dei neuroni dello stesso. Solo con le neuroimmagini è emerso il ruolo “onnipresente” del cervelletto in tutti i tipi di esecuzione: dal parlato, al gusto, alla lettura, …….. . I dati ricavati dalle neuroscienze (studio PET) evidenziano anomalie cerebellari nel cervello dislessico, imputabili a processi di migrazione neurale  nel periodo fetale o alla nascita.
Quali insegnamenti trarre dall’intervento della prof.ssa Angela Fawcett? Proviamo a indicare alcuni punti cruciali:
1.  motricità e cognitivo rappresentano un sistema unico, quindi per ordinare i processi è fondamentale intervenire a livello globale.
2.  L’assenza di incipit rende vane le pratiche lente e frammentate, il dislessico ha la necessità di lavorare con elevata intensità.
3. La valutazione del comportamento non può limitarsi all’analisi delle abilità scolastiche ma deve indagare anche i processi generali, molto ben delineati dal prof. Piero Crispiani nel suo concetto di personalità bio – psico – operante.
4. Se la dislessia è un problema generalizzato degli apprendimenti e dell’esecuzione, allora il dislessico ha una netta difficoltà nell’utilizzo delle funzioni esecutive.
5.  Se è vero che un comportamento disfunzionale lasciato tale fino a otto anni (periodo in cui è autorizzata la diagnosi) si alimenta del proprio disordine fino a costruire una serie di automatismi inadeguati, allora è necessario fare molta prevenzione nei tronconi educativi precedenti (Nido e Infanzia).